Air Max 1, storia di una Rivoluzione

Tutto nacque a Parigi, quando un giovane architetto, dipendente di Nike passò davanti al centro Pompidou.

Quel giovane impiegato dell’azienda di Beaverton si chiamava Tinker Hatfield e fino a quel momento si era occupato per lo più di progettare palazzine e spazi comuni della sede generale della compagnia. Eppure da li a pochi anni quello stesso designer avrebbe cambiato per sempre la storia delle sneaker.

“Il design è un processo molto semplice. Qualsiasi cosa si stia progettando, prima o poi dovrà fare i conti con le esperienze pregresse del disegnatore. Non importa se si stia lavorando ad una casa, un’automobile, un tostapane o una scarpa. Quello che si è visto e vissuto in passato influenzerà sempre il risultato finale del lavoro.”

Con queste parole, anni dopo, Tinker Hatfield provò a spiegare il funzionamento del processo creativo.
Ma torniamo a noi. Quel giorno di tanti anni fa nella capitale francese, Mr.Hatfield rimase folgorato da una struttura: una costruzione tanto moderna da risultare quasi fuori contesto tra le bellezze classiche ed ottocentesche di Parigi. Questa struttura era stata costruita pochi anni prima (dal 1969 al 1974, inaugurata nel 1977) dall’architetto italiano Renzo Piano e dal collega italiano naturalizzato inglese Richard Rogers, e prendeva il nome di Centro George Pompidou. La particolarità principale di questo immenso palazzo era, ed è tuttora, quella di lasciar intravedere la propria “anima”: base, struttura, tubature, scale, persino i visitatori erano visibili dall’esterno.

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Se esiste un palazzo che mostra la propria struttura interna perché non fare altrettanto con una sneaker? Eureka! La lampadina si accese, e qualche anno più tardi la geniale trovata si trasformò nella scarpa che rivoluzionò il mondo dello sneaker business: la Air Max 1. Nata nel 1987 la AM1 cambiò per sempre le regole del gioco dando vita ad una dinastia di modelli e versioni ancora oggi ai vertici delle vendite di casa Nike. Ironia della sorte vuole che il successo di questa scarpa fosse dovuto principalmente dall’unico dettaglio che venne bocciato dagli esperti di marketing di Nike: la Air Unit in vista.

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Gli esperti di “business” non credevano che si sarebbe mai potuta vendere una scarpa con un foro sulla suola. Eppure quel cuscino d’aria rappresentava uno sguardo verso la modernità. Quel “buco” sulla midsole non era una finestra sull’impianto d’ammortizzazione, bensì una finestra sul futuro. In realtà quel sistema tecnologico chiamato Air Unit era stato già sperimentato ed utilizzato in altri prodotti di successo come la Air Tailwind del 1979, la Air Force One e la Air Ace nel 1982. Ma mai era stato reso visibile come nel caso delle AM1. Ciò che forse voi tutti non sapete è che il sistema Air non fu ideato da Tinker, ma da Marion Frank Rudy, un “inventore” indipendente che brevettò quel cuscinetto trasparente di gas pressurizzato incapsulato in poliuretano.

Prima di arrivare sulla scrivania di Phil Knight il sistema Air fu proposto a molte aziende che non furono abbastanza lungimiranti da credere nell’innovativo progetto. Leggenda vuole che nell’Headquarter di Nike a Beaverton, all’interno della palazzina intitolata a John McEnroe, sia esposta in bella vista una cornice con all’interno la lettera con cui adidas scartò il progetto studiato da Rudy.

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La prima versione della Air Max 1 fu realizzata in suede e mesh, salvo poi passare ad una tomaia in pelle, per poi tornare ai materiali originali nel 1995. Nel corso degli anni, inoltre, molti accorgimenti estetici e funzionali sono stati presi intorno alla silhouette storica della scarpa: dal logo alla intersuola, passando per il mini swoosh ai lati della toe box, tutto è stato modificato e ritoccato più volte, mantenendo però il fascino originale sempre intatto.

Anche la colorazione, semplice e sobria per gli standard odierni, in realtà fu abbastanza innovativa all’epoca. Nel 1987 la maggior parte delle scarpe da running erano blu, nere, bianche o grigie; le Air Max 1, invece, “spararono” la colorway Sport Red il cui obiettivo era di rendere la scarpa visibile e riconoscibile anche da lontano. Il lavoro di Tinker Haffield fu rivoluzionario in tutto e per tutto. Ecco perché la parola rivoluzione fu il centro focale di tutto il progetto: “Revolution” fu lo slogan nelle campagne advertising delle AM1, “Revolution” dei Beatles (prima ed unica canzone del quintetto di Liverpool ad essere utilizzata per una pubblicità) fu la sigla sonora che accompagnava gli spot in tv.

Una rivoluzione che dura da 28 anni e che non ha nessuna intenzione di fermarsi. 

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