Pensare in prospettiva

É una frase fatta, ma il basket NBA giocato nei Playoffs è davvero uno sport diverso rispetto a quello giocato in regular season. Cambia lo sforzo, cambiano i ritmi, si accorciano le rotazioni e gli occhi sono sempre on the prize.

Da amante del bel basket e delle belle scarpe, il pack ideato da Nike per celebrare i suoi grandi atleti e la loro storia nei playoffs NBA, mi è sembrato una vera benedizione, viste anche le numerose releases di Player Exclusives fino ad oggi non destinati al pubblico e modelli che non si vedevano sugli scaffali da parecchio tempo.

I modelli che compongono l’enorme “Champions Think 16” pack (sedici modelli a rappresentare le sedici vittorie necessarie per vincere il Titolo NBA) sono stati selezionati con cura per rappresentare altrettanti atleti Nike/Jordan/Converse e raccontare le loro stupende storie di pallacanestro.

Visto che mi piacerebbe vedere progetti come questi ogni anno, ho provato a cercare altri dieci modelli che potrebbero entrare di diritto in un pack come questo “Champions Think 16”, con la giusta combinazione di sneaker di bell’aspetto e storia da raccontare, comprendendo anche dei “loosing efforts“, perchè il vero sport non è fatto soltanto di vittorie, trofei e coriandoli.

Ecco le mie proposte, Nike pagami i diritti.

Wizard of Zo – Alonzo Mourning, Nike Air Alonzo

Le NBA Finals 2006 verranno ricordate per sempre come quelle della leggendaria rimonta dei Miami Heat di Shaq e Wade ai danni dei Dalls Mavericks di Dirk Nowitzki che, prima di essere travolti da Flash e compagni, riuscirono anche a portarsi sul 2-0 nelle prime due gare delle Finali. La storia più bella legata a quelle Finals è, per me, quella di Alonzo Mourning, uomo franchigia degli Heat a cavallo tra anni ’90 e ’00 che, reduce da un trapianto di rene, torna a giocare e lo fa per il suo storico allenatore Pat Riley, come membro dei Miami Heat incoronati campioni NBA per la prima volta. Nella decisiva Gara 6, in trasferta e con Shaq carico di falli, ‘Zo tornò ai suoi altissimi standard distribuendo ben cinque stoppate agli avversari, il tutto indossando la sua (spesso dimenticata) signature di metà anni ’90: la Nike Air Alonzo, riproposta da Nike nei colori dei Miami Heat soltanto per lui in una sorta di “operazione Nostalgia” che coinvolse anche il suo compagno Gary Payton che, in quella serie, indossò una versione speciale della sua Zoom Flight ’98 “Glove”.

Good friends, better enemies – Magic Johnson & Larry Bird, Converse Weapon

Larry contro Magic. Celtics contro Lakers. Pride contro Showtime. Questa è la rivalità che ha caratterizzato tutti gli Anni ’80 della storia NBA e, più in generale, ha gettato le basi per il fenomeno mediatico che oggi è l’NBA. All’inizio della stagione 1985 Converse lancia il suo nuovo modello di punta, la Weapon, che verrà indossata negli anni successivi proprio da Larry e Magic, rivali in campo ma uniti da un enorme rispetto e una strana amicizia nata proprio durante le riprese di uno spot Converse girato a French Lick, Indiana, a casa Bird. Nel 1986 alle Finals arrivano i Celtics ma non i Lakers, che terminarono la stagione regolare primi ad ovest ma furono spazzati via in Finale di Conference 4-1 dai Rockets delle giovani Twin Towers Sampson-Olajuwon (sempre per quel discorso stagione/playoffs fatto all’inizio). Il nuovo incontro in Finale è rimandato soltanto di un anno, la Finale è ancora una volta Celtics vs. Lakers ed in campo ci sono Larry e Magic, con le loro Converse. Come recitava una vecchia pubblicità del brand americano, “Chose your Weapon”.

0.4 – Derek Fisher, Nike Air Max Uptempo

Capitolo Uno: la “Trent Tucker Rule” è una voce del regolamento ufficiale NBA che afferma come nessuna giocata possa essere legalmente eseguita con meno di tre decimi di secondo residui sul cronometro, fissando il tempo minimo con cui una squadra NBA può sperare di effettuare un tiro, magari per vincere una partita. La norma prende il nome dal protagonista di un fattaccio accaduto durante le Finali di conference del 1990, protagonisti i Bulls ed i Knicks, ma questa è un’altra storia.

Capitolo Due: la Semifinale di Conference ad Ovest nel 2004 risulta essere una serie parecchio combattuta, con i San Antonio Spurs ed i Los Angeles Lakers con due vittorie a testa raggiunta Gara 5, da giocare in campo neroargento. Un insolito tiro in fade away di Tim Duncan in faccia a Shaquille O’Neal consegna il vantaggio 73-72 agli Spurs lasciando soltanto quattro decimi di secondo ai Lakers per replicare. Giusto il tempo per un gesto che appartiene più alla pallavolo che alla pallacanestro. Rimessa di Gary Payton, palla nelle mani di Derek Fisher spalle a canestro marcato da Manu Ginobili (il Manu Ginobili del 2004/2005, aka il miglior Manu Ginobili immaginabile). Il resto è Storia.
Per gran parte della stagione Fisher indossò alcune incredibili colorazioni PE Lakers della Air Max Uptempo, ma per quella gara di Playoffs optò per una versione completamente nera. L’eleganza è fondamentale nelle grandi occasioni.

Stealth Leader – Kawhi Leonard, Nike Air Force Max

Una Air Jordan 1 in tributo a Kawhi Leonard è già presente nel “Champions Think 16” Pack in uscita nelle prossime settimane (bruttina, se me lo permettete). Se devo però pensare alla scarpa che ritengo più rappresentativa per la storia di Kawhi è però la Nike Air Force Max “Dark Grey/Graphite” che Leonard ha indossato durante gran parte delle NBA Finals 2013.
Quelle Finals finirono per vincerle gli Heat, grazie soprattutto alla tripla insensata di Ray Allen al termine dei regolamentari di Gara 6. Con il senno di poi, però, a stupire in quella serie fu la maturità e l’inattesa esperienza con cui Leonard si prese enormi responsabilità durante tutta la serie, tirata fino alla settima gara. Leonard marcò per lunghi tratti LeBron James e sbagliò alcuni liberi nel tesissimo finale della già citata Gara 6. Senza questa sconfitta non avremmo, probabilmente, mai avuto lo stupendo giocatore incoronato NBA Finals MVP l’anno successivo. Il leader invisibile dei San Antonio Spurs.

God at the Garden – Michael Jordan, Air Jordan 1 PE “Dunk Sole”

Stagione NBA 1985/1986. A pochi giorni dall’inizio della stagione Michael Jordan si frattura l’osso navicolare del piede sinistro. In maniera abbastanza inspiegabile riesce a rientrare a stagione inoltrata, aiutando i Bulls a raggiungere l’ottavo posto ad est, l’ultimo utile a qualificarsi per i Playoffs. L’accoppiamento al Primo Turno è con i Boston Celtics di Bird/Parrish/McHale, che hanno terminato la stagione al primo posto.
Jordan è al suo secondo anno, con sole 18 partite in archivio per la stagione appena conclusa e contro una corazzata che mira al Larry O’Brien Trophy. I Celtics vinceranno la serie (al meglio delle 5) 3-0, ma Jordan troverà il modo di dominare la serie in attacco, con uno show in Gara 2 al Boston Garden in cui obbliga i Celtics a due overtime segnando 63 punti, record NBA per i Playoffs. Larry Bird, con una frase che ormai è leggenda, commentò la prestazione dicendo di aver visto “Dio travestito da Michael Jordan”.
Ai piedi di His Airness un particolarissimo paio delle sue Air Jordan 1, con il Wings Logo sia sul lato interno che su quello esterno e la suola di una Nike Dunk a sostituire quella normalmente utilizzata per la AJ1.
Caro Air Jordan Brand, sarebbe bello vedere prima o poi questo ibrido finire in mano ai collezionisti ed ai fan di MJ, magari soltanto con il laccio rosso, così da non far venire idee bizzarre a chi vorrà indossarle.

Board of Defence – Dennis Rodman, Nike Air Revolution

Alla fine degli anni ’80, i Detroit Pistons di Chuck Daly sono una powerhouse nella Eastern Conference NBA, rinominati “Bad Boys” per il loro gioco duro e la loro difesa al limite delle regole. Nella squadra, guidata da veterani come Isiah Thomas, Bill Laimbeer e Vinnie Johnson, c’è un giovane texano che arriva da una semisconosciuta Università dell’ Oklahoma. Si chiama Dennis Rodman. L’ambiente ed i compagni di squadra, insieme ad atletismo, intensità ed innate doti difensive, rendono presto Rodman uno dei migliori difensori NBA nonostante l’altezza non lo metta al pari dei grandi centri NBA dell’epoca. Con il contributo di Rodman i Pistons raggiungono le NBA finals nel 1988 (perse in Gara 7 contro i Lakers), nel 1989 (vinte proprio contro i Lakers) e nel 1990 (Vinte contro i Portland Trail Blazers). Dennis Rodman è difensore dell’anno sia nel 1990 che nel 1991 e, per anni, è uno degli incubi dei Chicago Bulls di Michael Jordan, puntualmente spazzati via dai Pistons nel loro percorso nei Playoffs. Proprio queste prestazioni faranno maturare a Jordan e Jackson l’idea che proprio Rodman possa essere il tassello mancante nei Bulls del Secondo Threepeat, al punto da convincerli ad accoglierlo in squadra nel 1995.
Durante le Finals 1989, Rodman indossa le Nike Air Revolution, prima di passare a Reebok e diventare uno dei principali testimonial della celebre campagna “Pump Up, Air Out”.

Cast away – Kobe Bryant, Nike Zoom Kobe 4

Dal momento dell’addio di Shaquille O’Neal ai Los Angeles Lakers, le principali missioni di Kobe Bryant sono diventate due: dimostrare di poter vincere anche senza Shaq Diesel e, soprattutto, vincere più di lui negli anni successivi.
Almeno all’inizio la situazione non sembrava essere delle migliori: a Shaq servirono soltanto due anni per vincere un nuovo Anello con i Miami Heat (il suo ultimo e quarto titolo in carriera), mentre a Los Angeles tra crisi di nervi e gesti da soap opera la situazione pareva potesse precipitare da un momento all’altro.
Seguirono diversi anni con risultati altalenanti, un addio minacciato da Kobe ed uno un po’ meno minacciato di Coach Zen Phil Jackson finchè, dopo una cocente sconfitta nelle NBA Finals contro gli odiatissimi Celtics nel 2008, arrivò finalmente un nuovo Titolo NBA per Kobe, nel 2009 contro gli Orlando Magic. Nelle due stagioni segnate dall’arrivo di Pau Gasol ad LA oltre all’inserimento di ottimi comprimari, Kobe passò dall’ essere “da solo sull’isola” ad avere attorno un solido roster in cui poteva riporre fiducia. I Lakers vinsero così anche il Titolo NBA 2010, in una battaglia in sette tiratissime gare proprio contro i Celtics avversari due anni prima.

Redemption road – Vince Carter, Nike Shox BB4 & Nike Body U PE

Tra i grandi giocatori della sua generazione, Vince Carter è probabilmente quello che, in rapporto al suo enorme talento, ha raccolto meno soddisfazioni sul campo (eguagliato e forse superato soltanto dal povero T-Mac).
Nei primi anni della sua carriera Carter riuscì a crearsi un ruolo da franchise player per i Toronto Raptors, diventando un vero simbolo della franchigia canadese. Al termine della stagione 2001 VC è ormai una star globale, reduce dalle Olimpiadi di Sidney (e dalla delicata schiacciata su Fredric Weis) e dalla seconda convocazione all’All Star Game. Nelle Semifinali della Eastern Conference del 2001 “Air Canada” ed i suoi Raptors incontrano i Philadelphia 76ers di Allen Iverson & co., riescono a raggiungere la decisiva Gara 7 e sarà proprio un tiro dall’angolo allo scadere sbagliato da Carter a sancire l’eliminazione di Toronto.

Quella Gara 7 del 2001 sarà al centro di enormi polemiche che perseguiteranno Carter per molti anni. Infatti, nonostante la delicatezza del momento e l’importanza della partita, Carter decise di utilizzare il giorno di pausa tra le gare 6 (vinta annullano un match point dei Sixers) e 7 per vola al campus di North Carolina University a Chapel Hill per partecipare alla cerimonia di consegna dei diplomi. Questo viaggio fuori programma, insieme al fatto che Carter segnò poco più di 41 punti di media nelle tre vittorie nella serie e 23 nelle quattro sconfitte, contribuirono a creare nei detrattori di Vincredible l’idea che il giocatore fosse distratto, egoista ed immaturo.
I 76ers vinceranno come detto quella Gara 7 contro i Raptors, supereranno sempre in sette tremente partite i Bucks in Finale di Conference e arriveranno alle Finali NBA dopo aver giocato diciotto partite, per affrontare i Los Angeles Lakers fino a quel momento imbattuti. A capo di una “squadra del destino” Iverson riuscirà anche a strappare Gara 1 allo Staple Center, ma dovrà arrendersi ai Lakers per 4-1.

Flash forward al 2014. Nel frattempo Carter ha lasciato Toronto ed è passato dal New Jersey e da Orlando per giungere ai Dallas Mavericks. I Mavs chiudono la stagione 2013/14 all’ottavo posto nella Western Conference, guadagnandosi la possiblità di affrontare i favoriti San Antonio Spurs al primo turno di Playoffs. Arrivati a Gara 3 con una vittoria a testa, Mavs e Spurs arrivano alla fine di una partita molto combattuta con Dallas sotto di due punti a pochi secondi dalla fine. Palla a Vince Carter per un altro tiro, sempre allo scadere, dallo stesso angolo di quello sbagliato nel 2001. Stessa inquadratura, stesso movimento delle gambe, risultato diverso. Questa volta è solo rete. 2-1 Mavericks.

I Mavs perderanno quella serie e gli Spurs proseguiranno il loro viaggio nei Playoffs fino alla vittoria del titolo, la carriera di Carter proseguirà rendendolo uno dei migliori veterani NBA degli ultimi anni. Una bellissima storia di “redenzione” marchiata NBA.