Nike

Published on giugno 6th, 2017 | by Alberto Gerin

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Tom Sachs e NIKEcraft: la storia


Lo ammetto: come alcuni di voi, stavo all’ultimo banco quando la prof parlava; una delle poche materie che seguivo con reale interesse era proprio l’arte. Peccato che Tom Sachs non rientrasse nel programma! E allora via a letture e ricerche personali, fino a quando ho scoperto che il suddetto artista ha incrociato la strada con un’altra nostra grande passione: la sneaker.
Ma partiamo dal principio.

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Tom Sachs

Classe 1966, il newyorkese Tom Sachs passa la sua infanzia tra le coste del Connecticut, tra Westport -ci viveva anche un certo Paul Newman– e gli altipiani del Vermont.
La scelta dell’università è il passo che gli cambierà la vita: parte per l’Europa, destinazione Londra, architettura sulla domanda d’iscrizione. Il suo ritorno in America lo vede passare per lo studio losangelino di Frank Gehry: è l’ultimo ticket che prende, prima di fare ritorno nell’amata Grande Mela.
Da Los Angeles si porta dietro un bagaglio di esperienze ed un’intensa formazione personale e professionale che comprende anche quell’abitudine organizzativa degli spazi lavorativi, definita knolling, di sistemare ed organizzare le cose seguendo delle ”griglie mentali” geometriche,creando pattern ideali basati sull’associazione e dei tools per dimensioni ed utilizzo. Tom crede fermamente che questa abitudine sia fondamentale per l’organizzazione mentale e fisica degli spazi lavorativi, al punto di imporla anche ai suoi collaboratori.

Nel 1990 lo ritroviamo a New York, in pieno degrado delle industrie, dove apre il suo studio Allied Cultural Prosthetics: (pròstesi è quel fenomeno linguistico che prevede l’aggiunta di un suono all’inizio della parola originale, come ad esempio il termine latino laurum diventa alloro) si ritrova a ragionare sulla cultura pop contemporanea, sui forti contrasti tra il consumismo e l’etica produttiva, e sul nascente fenomeno del branding. Come scultore.
Prostesi, proprio perché la cultura massificata contemporanea altro non è che una propaggine, un’aggiunta inutile alla ”vera” cultura.

Hello Kitty Nativity

La sua prima opera in grado di far parlare di sé è stata proprio questa, esposta nelle vetrine dei grandi magazzini di lusso Barneys a NY: una natività con Hello Kitty a far da Madonna, a seno scoperto e con un bustino slacciato firmato Chanel. Hello Kitty è anche Gesù bambino, mentre i tre Magi sono impersonati da Bart Simpson. Poteva perciò mancare il logo McDonald’s a fare da cometa?

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L’opera è una bomba mediatica ora, ancora di più se contestualizzata nell’ambiente statunitense del 1994, ancora fortemente cattolico e benpensante, rurale e tradizionalista nell’accezione più redneck del termine. Infatti l’opera scatenò l’ira di molti e fu aspramente criticata, e ciò contribuì notevolmente a far girare il nome di Tom tanto presso i cattolici quanto all’interno degli ambienti metropolitani di matrice leftist.

La popolarità

Con gli anni e le esposizioni seguenti, l’intera arte di Sachs ha cominciato a giocare con i grandi paradigmi pop della società, focalizzandosi sulla trasformazione del prodotto da bene di consumo a feticcio.

Il suo marchio di fabbrica, nella seconda metà degli anni ’90, sono le armi ricavate dal packaging di brand di alta moda: Hermès Granade, Tiffany Glock, Prada Deathcamp, esponendo persino a Parigi, la casa di questi colossi, fino ad arrivare all’iconica Sony Outsider. Rappresentazione a grandezza naturale della bomba Fat Man sganciata a Nagasaki dall’esercito statunitense il 9 Agosto del 1945, l’opera è stata fortemente criticata anche dallo stesso artista, che la considerava il suo punto più basso; ed effettivamente questa bomba segna la sua escursione nel campo della fabbricazione costosa e “perfetta” in quanto frutto della produzione industriale, che si rivela del tutto fallimentare.

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Imparando dall’esperienza e dagli errori, Sachs comprende che nulla vale più dell’imperfezione del processo produttivo handmade, tanto da adottare il bricolage come definizione stessa del suo operare. Lasciare traccia della forma preesistente e della storia dei materiali nelle opere che assembla, diventa un suo preciso segno distintivo.

“We have our system of making things out of certain materials…and of showing the scars of our labor and the history of our efforts…we have the ‘your way’, ‘my way’, and ‘the right way’, and I must insist everything is done my way, even if it takes longer.”

Space Program

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La passione smisurata per lo spazio è presente in Sachs già negli anni ’90, ma è soltanto nel 2007 che trova il suo zenith con lo Space Program.
Lo Space Program è essenzialmente la ricostruzione non solo del modulo lunare Apollo 11 che permise all’equipaggio statunitense il primo allunaggio il 20 luglio del 1969, ma dell’intera missione stessa. Five, four, three, two…il decollo avviene in Ottobre presso la Gagosian Gallery di Beverly Hills.

 

L’intera simulazione, la postazione video, le tute in Tyvek delle due astronaute e molti dettagli temporali risultano ovviamente non corretti, come da preciso desiderio dell’artista, che inserisce nella navetta particolari sarcastici forti come la scorta di Jack Daniel’s e sigarette, e la libreria. Gli stessi effetti speciali sono curati da Sachs in maniera maniacale e talvolta volontariamente umoristica, e il montaggio del successivo filmato risulta quanto mai dissacrante nei confronti della NASA, della superpotenza statunitense e del giant leap stesso. Basti pensare alla carica sovversiva della decisione di scegliere due astronaute lesbiche, oppure alla critica sulla spettacolarizzazione del ”fenomeno allunaggio” come strumento essenziale di propaganda Nixoniana tramite gli appositi segnali Applause e Quiet, alla maniera del peggiore talk show televisivo.

In sostanza tramite questa performance unica Tom pone dei forti interrogativi nei confronti della percezione della missione stessa da parte del popolo americano -all’epoca ed a quarant’anni di distanza- nonché nei confronti del pernicioso utilizzo a scopo propagandistico della scienza.

L’happening prosegue con il collezionamento e l’analisi di ciascun reperto roccioso raccolto nell’ipotetico viaggio (raccolto trapanando il pavimento in cemento della Gagosian Gallery) dando la possibilità di seguire giorno per giorno il diario scientifico della spedizione.

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Nel 2012 Tom da avvio allo Space Program 2.0: MARS con un’esibizione nella sua città dei reperti della prima missione assieme alle nuove sculture di bricolage della colonizzazione di Marte, come ad esempio il boombox ad energia solare. Con tanto di cerimonia di conquista a base di tè all’oppio.

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NIKEcraft

L’inventiva e l’estro fuori dal comune di Sachs lo hanno portato, nell’anno 2012, a sviluppare una parte del suo progetto fantastico assieme ad uno dei colossi dello sportswear, Nike. Tom già nel 2007 aveva iniziato a sperimentare con i prodotti Nike, ma è qualche anno più tardi che viene siglato un accordo collaborativo in seguito ad un primo contatto tra l’artista e Mark Parker nel 2009.

All’interno degli eventi che portano Sachs ad esporre a New York lo Space Program: Mars, rientra a pieno titolo la creazione di una capsule collection visionaria: non solo la realizzazione di una sneaker apposita, la Mars Yard Shoe, ma anche un Trench, il Marsfly jacket,ed infine una totebag lightweight, tutti ricavati da materiali utilizzati realmente nelle spedizioni NASA. Ogni pezzo della collezione è un capo di vestiario concettualmente sviluppato per un suo ipotetico quanto improbabile uso nello spazio, un chiaro esempio delle capacità decostruttive e ricostruttive del do-it-yourself di Sachs.

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Estremamente interessante è la maniera in cui Tom e Nike siano riusciti a coniugare l’estetica sconnessa e imprecisa tipica della tecnica artigianale del bricolage, con i grandi numeri della produzione industriale in serie.
Tutto è estremamente curato fino al minimo dettaglio; pensiamo al trench, che presenta la tavola periodica degli elementi ed altre informazioni essenziali stampate sulla fodera interna, o ancora alla borsa ricavata da airbags, che presenta i numeri di serie sul dorso e le istruzioni dei nodi più utili nello spazio, assieme alla tabella del codice morse.

 

(il video fa parte di un trittico, gli altri due li trovate qui e qui)

Da Nike Escape a Mars Yard Shoe

C’è di che divertirsi a scoprirne tutte le caratteristiche, dalle più evidenti a quelle nascoste. Come silhouette di base, venne scelta la Nike Escape, disegnata nel 1984 da Mark Parker. La scelta è sia un omaggio ad una delle grandi menti dietro la storia della casa di Beaverton, nonché primo ”responsabile” del contatto fra Nike e Sachs, sia il simbolo di una delle prove di esplorazione terrestre più dure: la scalata del K-2.

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Torniamo indietro di qualche decennio. All’inizio degli anni ’80, arriva negli uffici Nike una foto dell’esploratore e scalatore John Roskelley, scattata presso un campo base del K-2. John, insieme ad un suo compagno di scalata, posiziona in primo piano le Nike LDV distrutte dall’intensa attività sulle pendici del massiccio, sperando in un supporto economico da parte della casa dello Swoosh.

Dunque Mark, all’epoca designer, modificò appositamente una runner Nike -è palese infatti la somiglianza con la Nike Epic, ad esempio- per adattarla ai terreni accidentati di montagna. Nacque così la Escape nel 1984, ibrido running/montagna pre-ACG che divenne una delle migliori e piu versatili scarpe
per utilizzi ”off road”. Ruolo che poi verrà ricoperto, dopo la nascita di ACG, da modelli di culto come la Revaderchi.

Flash forward nel futuro, fino al 2008. Tom realizza il suo primo prototipo Nike, il Lunar Underboot Aeroply Experimentation Research Prototype.

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Questi boots concepiti per la superfice lunare sono un grandioso esempio di bricolage sacshiano: i materiali sono la outsole dei dei Field Boots Nike, nastro adesivo e il Vectran usato sul modulo Mars Excursion Rover. Tom aggiunge il branding e numerosi dettagli esplicativi riguardo la realizzazione a pennarello e penna. Questo boot è un po’ il genitore di quella che sarà poi il caposaldo della successiva collezione NIKEcraft, nonché uno dei capolavori assoluti di Nike. La Mars Yard Shoe.

Dobbiamo all’ingegnere ed atleta italo-americano Tommaso Rivellini, in forza al Jet Propulsion Lab della NASA a Pasadena, la nascita della Mars Yard Shoe. Tom è nella squadra di ingegneri a capo della Mars Exploration Rover della quale ha curato materiali e tecniche di utilizzo degli airbag, sia per la missione del ’97 che per quella del 2004.

Midsole in poliuretano, tomaia in Vectran, un polimero di cristalli liquidi utilizzato nell’abbigliamento spaziale, fino a diversi dettagli che richiamano le Lunar Overshoes dell’Apollo.
Il Vectran è una fibra che garantisce alta stabilità termica e chimica. Resistente all’umidità e con una resistenza tessile simile a quella del Kevlar, per le sue qualità viene normalmente usato come fibra di rinforzo. Unico punto debole è che per la sua stessa struttura tende a sfilacciarsi con l’uso continuato, ciò rende le Mars Yard delle sneakers molto delicate.
La colorazione della scarpa gioca ovviamente sullo spettro cromatico del pianeta rosso.

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Le Lunar Overshoes Boots realizzate per Gene Cernan, comandante della Missione Apollo 17, che atterrò sulla Luna nel Dicembre del ’72.

“These shoes are built to support the bodies of the strongest minds in the aerospace industry.”

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L’intero progetto NIKEcraft è andato sold out in men che non si dica, e rimane tutt’oggi una delle più complesse (e riuscite) imprese che siano state compiute in fatto di design nell’abbigliamento sportswear.

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Il display dell’intera collezione così come appariva all’epoca presso lo store Union, più parecchio materiale informativo di carattere scientifico ”for immediate reference”, per usare le parole di Sachs. Non bisogna dimenticare infatti che il concept della collezione era abbigliamento ”potenzialmente destinato” agli astronauti e scienziati aerospaziali per le loro attività lavorative e di ricerca quotidiane.

Photo Credits: Tom Sachs, NIKEcraft, designboom, Modern Notoriety, ilnojblogspot.

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About the Author

Nasce nel ’89 in un paesino del profondo nordest. Prende a manate la palla a spicchi già alle elementari e si appassiona sin da piccolo a tutto ciò che è arte. A colazione? Pane e comunicazione. Alle medie si avvicina a quel mondo sommerso fatto di America, rap e sottoculture, seguendo tutto con occhio distante ma attento, e passa gli anni del liceo e dell' "età adulta" ad interessarsi a marketing e innovazione.



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